Non è un triangolo degli affetti. Forse non è nemmeno un triangolo e, se sarà degli affetti, lo vedremo. È piuttosto un rapporto a due: una comunità che vive su un territorio controverso e uno dei più grandi aeroporti d’Europa e del mondo, il Leonardo Da Vinci. Un rapporto senza dubbio complesso.
Sulla complessità, una premessa va fatta. Non sono tempi questi che accettano la complessità, il dubbio, il ragionamento e nemmeno, come lontana conseguenza, il garbo nei modi. Tutto è riduzione alla semplicità, o al semplicistico, e ciò invoca lo schierarsi: bianco o nero, si sta di qua o di là, amico o nemico.
Fino ad arrivare, su vicende in cui si confrontano interessi economici e diritti di una collettività, alle accuse reciproche: «Sei uno sciocco idealista». «No, tu sei un prezzolato al servizio dei poteri forti». In generale, ansia e violenza nelle parole e nei fatti sono la norma. È questo il clima nel quale le nostre società sono immerse e, naturalmente, il mondo della politica con esse.
A proposito di politica, tengo a precisare che parlo da iscritto al Partito Democratico.
Fiumicino è un giovane Comune senza una radicata storia di autonomia amministrativa, se non quella di essere stata la più lontana e la più povera delle circoscrizioni di Roma. Un territorio estesissimo, composto da oltre dieci località, alcune delle quali, per estensione e popolazione, potrebbero competere con molti importanti e rinomati Comuni del Lazio.
È un territorio dalle mille contraddizioni. Fino a qualche anno fa era uno dei più grandi comuni agricoli e zootecnici d’Italia e forse lo è ancora. Ospita una delle più moderne aziende agricole del Paese, la Maccarese, controllata dalla famiglia Benetton, la stessa che ha un ruolo centrale nella gestione dell’aeroporto Leonardo Da Vinci.
Fiumicino è terra di terminal petroliferi, ma anche sede del più esteso approdo spontaneo di natanti del Mediterraneo lungo le sponde del Tevere, con numerosi cantieri, non tutti perfettamente in regola. Si sta costruendo con fondi pubblici un porto peschereccio destinato a una delle più importanti marinerie del Lazio, mentre nella stessa area si progettano approdi per navi Ro-Ro e grandi navi da crociera.
Poco più a sud, alle spalle della Fiumara Grande e del vecchio Faro, insiste una concessione affidata a una multinazionale per la realizzazione di un porto turistico per grandi navi da crociera, progetto contestato da associazioni e cittadini riuniti nei Tavoli del Porto.
Non mancano due grandi centri commerciali lungo l’autostrada Roma-Fiumicino e un importante interporto logistico.
Eppure questo Comune è anche terra di aree protette, zone umide, siti archeologici di straordinario valore e della Riserva Naturale Statale del Litorale Romano. Qui si trovano il Parco Archeologico di Ostia Antica, la Necropoli di Porto, i Porti Imperiali di Claudio e Traiano, oltre a testimonianze preistoriche ed etrusche spesso sconosciute al grande pubblico.
Poi c’è lui, l’aeroporto Leonardo Da Vinci.
Nato nei primi anni Sessanta, è cresciuto progressivamente fino a diventare un hub internazionale da circa cinquanta milioni di passeggeri l’anno. Attorno a esso è sorta una città intera, spesso in maniera spontanea, ovvero abusiva.
Negli anni Settanta e Ottanta si sono raggiunti livelli impressionanti di edificazione, con conseguenze che ancora oggi si pagano in termini di carenza di servizi e infrastrutture. Il Piano Regolatore Generale ha regolato la crescita ma non l’ha arrestata. Oggi la sola Isola Sacra conta quasi quarantamila abitanti e il numero è destinato a crescere ancora.
L’aeroporto significa certamente occupazione. Non esiste famiglia tra Fiumicino e il X Municipio di Roma che non abbia avuto o non abbia un parente impiegato nello scalo o nel suo indotto. La pandemia ci ha mostrato chiaramente cosa significhi un aeroporto fermo.
Per questo risulta quasi offensivo chiedere, come fatto da alcuni recenti sondaggi, se l’aeroporto porti lavoro e benessere economico. È evidente che sia così.
Semmai il problema riguarda la qualità dell’occupazione, soprattutto nelle aziende appaltatrici e subappaltatrici. Le testimonianze di molti lavoratori raccontano condizioni che meriterebbero maggiore attenzione e controlli.
Poi ci siamo noi, il terzo incomodo: la popolazione di Fiumicino e la tenuta del territorio.
Non si vive di solo lavoro.
La nostra comunità non ha mai avuto a disposizione uno studio sistematico, approfondito e indipendente sugli effetti della presenza aeroportuale sulla salute pubblica. Esistono strumenti sofisticati per misurare l’inquinamento acustico e atmosferico, ma non esiste ancora una valutazione chiara e pubblica sulle conseguenze sanitarie.
La Regione Lazio avrebbe gli strumenti e le competenze per coordinare e finanziare tali studi. Così come la ASL RM3 dovrebbe rendere pubblici eventuali dati disponibili.
I cittadini di Fiumicino sarebbero i primi a essere felici di sapere che il Leonardo Da Vinci non incide sulla diffusione delle patologie legate all’inquinamento. Ma serve chiarezza.
Nel frattempo la crescita dell’aeroporto ha prodotto fenomeni sociali evidenti.
Il primo è la proliferazione di parcheggi a cielo aperto per i viaggiatori. Migliaia di automobili occupano ogni appezzamento disponibile tra Fiumicino e Isola Sacra.
Il secondo è l’esplosione del fenomeno dei B&B e degli affitti brevi. Nonostante i circa quattromila posti letto ufficiali, si moltiplicano strutture improvvisate e alloggi utilizzati per il turismo aeroportuale.
A ciò si aggiunge il tema della mobilità. Migliaia di lavoratori si spostano ogni giorno lungo un unico asse stradale e attraverso un solo ponte di collegamento con Ostia. Chi si trova sulla strada durante i cambi turno conosce bene il problema.
In questo contesto si inserisce il progetto di Aeroporti di Roma di raggiungere cento milioni di passeggeri annui entro vent’anni.
Per realizzarlo sarà necessario investire miliardi di euro e costruire una nuova pista oltre le tre esistenti. Il progetto comporterebbe il consumo di circa 250 ettari di terreno, di cui 150 all’interno della Riserva Naturale e circa 100 appartenenti all’Azienda Agricola Maccarese.
È evidente che una simile crescita rappresenti un vantaggio per Roma in termini di turismo, occupazione e sviluppo economico. Il sindaco Roberto Gualtieri non lo nasconde. Tuttavia resta aperta una domanda fondamentale: quale sarà il prezzo per Fiumicino?
Cosa accadrà al territorio e alla sua popolazione nel 2046 se i passeggeri raddoppieranno?
È ragionevole immaginare che cresceranno il numero di parcheggi, le attività ricettive diffuse e le pressioni sul territorio. È altrettanto plausibile pensare che, nonostante i progressi tecnologici degli aeromobili, l’impatto ambientale complessivo aumenterà.
Per arrivare a cento milioni di passeggeri serve inoltre una nuova pista. Ed è qui che si concentra il vero scontro.
Da una parte ci sono Aeroporti di Roma, i piloti e parte del mondo sindacale, convinti della necessità dell’opera. Dall’altra il Comitato FuoriPista e numerose associazioni che ritengono possibile ottimizzare il traffico aereo senza consumare nuovo territorio.
La domanda che dobbiamo porci è semplice: questa terra, questo tessuto urbano già fragile e disordinato, può sostenere il raddoppio del traffico aeroportuale?
La scelta spetta alla politica.
Bisogna decidere se Fiumicino debba trasformarsi definitivamente in una gigantesca piattaforma logistica al servizio di Roma oppure se sia arrivato il momento di porre un limite al consumo di suolo.
I cittadini si aspettano una classe dirigente capace di guardare oltre l’immediato, tutelando salute, qualità della vita e prospettive di sviluppo sostenibile.
Esistono opportunità economiche, turistiche e culturali ancora largamente inesplorate. Un turismo lento, diffuso e rispettoso del territorio potrebbe integrare le attività esistenti e generare occupazione stabile tutto l’anno.
La vera scelta è tra due modelli di sviluppo: un territorio sempre più occupato da grandi infrastrutture oppure un Comune che valorizzi il proprio patrimonio ambientale, archeologico e culturale.
Il dibattito sull’aeroporto non può essere lasciato soltanto alla politica locale. È una questione nazionale che richiede una visione strategica sui trasporti, sul turismo e sullo sviluppo del territorio.
Davvero l’unica soluzione possibile è continuare a espandere Fiumicino oppure sarebbe più razionale immaginare un sistema aeroportuale regionale più equilibrato, magari con un terzo scalo ben collegato alla Capitale?
La politica, a tutti i livelli, ha il dovere di rispondere a queste domande con chiarezza.
Perché questa è una questione complessa. Ed è proprio sulla complessità che una politica credibile deve misurarsi.
Raffaele Megna
