Tra il 22 e il 23 aprile 2026 i passeggeri e l’equipaggio della nave olandese M/V Hondius, ignari di ospitare a bordo anche un temibile virus, si apprestavano ad approdare all’Isola di Sant’Elena. Per una trentina di loro era la fine di un meraviglioso e avventuroso viaggio, funestato solo dall’improvviso decesso di uno di loro, un ornitologo olandese settantenne che condivideva la passione per la natura incontaminata dell’estremo sud. Un decesso di cui tuttavia nessuno, in quel momento, poteva immaginare la causa.
Negli stessi giorni, per una di quelle strane coincidenze che danno materiale di prima mano agli amanti dei complotti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) conduceva una grande esercitazione globale: un’attività della durata di 48 ore, per verificare flussi informativi, catene di comando e capacità di risposta del sistema alla diffusione su scala internazionale di un batterio fittizio, inventato per mettere alla prova i 26 Paesi e i circa 600 esperti coinvolti. L’operazione, chiamata Exercise Polaris II, seguiva un’iniziativa simile condotta l’anno scorso, in cui si era ipotizzato che a scatenare l’allarme fosse, invece, un virus.
Non è passato molto tempo perché la scoperta del focolaio di hantavirus a bordo della nave imponesse di passare dalla teoria alla pratica, con una reazione coordinata tra singoli Paesi e istituzioni nazionali e sovranazionali: non solo OMS, ma anche Unione Europea e Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (European Centre for Disease Prevention and Control, ECDC). A segnalare l’emergenza è stato il Sudafrica, che ha ipotizzato e confermato la diagnosi in due dei primi tre casi. Nel frattempo, la nave era arrivata al largo di Capo Verde, un arcipelago dove non esistono strutture in grado di gestire le fasi successive previste dal protocollo. Quel che si poteva fare subito era però mandare a bordo un’équipe di sanitari ed epidemiologi dell’OMS e degli ECDC, per cominciare a tracciare i contatti di chi si era ammalato e assistere eventuali altri casi che si fossero presentati. Il medico di bordo e la guida naturalistica, entrambi contagiati e sintomatici, venivano intanto riportati in Europa insieme a un’altra persona sicuramente esposta. Molti si sono chiesti perché non si sono lasciati tutti gli altri a bordo. L’obiezione, un po’ egoistica, non tiene conto degli interessi delle persone contagiate o esposte, che hanno diritto di tornare nei loro Paesi e di sottrarsi a una condizione di potenziale rischio.
I regolamenti internazionali tengono conto di questi diritti e della necessità di bilanciarli con la tutela della salute pubblica, in un delicato equilibrio che può spostarsi nell’una o nell’altra direzione a seconda delle legislazioni e delle culture politiche: mentre i Paesi asiatici, come hanno dimostrato durante la pandemia da COVID-19, sono per esempio più propensi a misure drastiche a tutela della collettività, come isolamento forzato e quarantene in condizioni sorvegliate, in Occidente il rispetto della libertà individuale è un principio che può passare in secondo piano solo in condizioni estreme, come accadde appunto nelle settimane di lockdown della primavera 2020. Oltre alle questioni di principio, un atteggiamento più rispettoso e meno impositivo dovrebbe favorire la collaborazione, evitare fughe e, soprattutto, non incoraggiare i potenziali contagiati a nascondere i propri sintomi.
In questo clima di trasparenza si è quindi discusso della soluzione migliore per tutti, trovata grazie alla disponibilità del governo spagnolo, nello sbarco dei passeggeri alle isole Canarie,il lembo di Europa più vicino alla posizione in cui si trovava la nave, da dove rimandarli in patria cercando di mantenere condizioni di massima sicurezza. Proprio perché circoscritto, il focolaio mette a nudo l’ossatura del sistema: notifiche rapide tra Stati, protocolli coerenti per l’isolamento, scambio di dati clinici e laboratoristici, capacità di evacuazione medica e comunicazione pubblica. Sono gli ingranaggi previsti dal Regolamento sanitario internazionale (International Health Regulations, IHR) e rafforzati nelle intenzioni dal nuovo Trattato Pandemico siglato l’anno scorso dall’Assemblea delle Nazioni Unite, da cui l’Italia si è astenuta e che a oggi non è stato ancora firmato dal nostro governo, invocando la tutela della sovranità nazionale.
Il nodo politico è spesso raccontato in modo caricaturale: l’Accordo non attribuisce all’OMS il potere di imporre lockdown o obblighi vaccinali, ma mira a costruire impegni su prevenzione, condivisione tempestiva di informazioni, rafforzamento delle filiere e accesso equo a vaccini, terapie e diagnostica. Non ratificarlo non significa uscire dalle reti europee o dal IHR, ma significa sedersi al tavolo con meno voce quando si traducono i principi in strumenti operativi: standard per i dati, meccanismi di distribuzione, criteri per la ricerca e l’innovazione, clausole di solidarietà in caso di scarsità.
È bene ripeterlo, l’Italia non è quindi per questo esclusa dalla risposta all’attuale focolaio. Potrebbe però trovarsi in difficoltà qualora un evento pandemico richiedesse la condivisione di informazioni specifiche e di materiali (mascherine, test, vaccini, farmaci) o la presentazione di un certificato (per esempio di guarigione o di vaccinazione) per viaggiare tra Stati: non aderendo al trattato, alla definizione di caso e ai protocolli comuni, i lasciapassare rilasciati in Italia potrebbero essere rifiutati all’estero.
Non aiuterà in questo il nuovo Piano Pandemico, cioè il Piano strategico operativo di preparazione e risposta 2025-2029 approvato il 30 aprile 2026 dalla Conferenza Stato-Regioni. Il documento estende la pianificazione dalla sola influenza, come accadeva in passato, a qualunque pandemia da patogeni respiratori ad alto potenziale si possa verificare in futuro. Stanzia risorse economiche pluriennali e lega l’attuazione a un sistema di monitoraggio che prevede obblighi e cronoprogrammi da parte delle Regioni, a cui in questo momento è passata la palla.
L’Italia, comunque oltre che nell’Unione Europea, che ha il suo ECDC resta saldamente all’interno dell’OMS. Dal 22 gennaio 2026, invece, gli Stati Uniti formalmente non ne fanno più parte. La portata del passo non è solo simbolica: Washington era uno dei principali finanziatori e, soprattutto, un perno di capacità tecnico-scientifiche e di risposta rapida. Fino a due anni fa, in una situazione come quella in corso, con un focolaio di hantavirus su una nave, gli Stati Uniti sarebbero stati in prima linea accanto agli esperti dell’OMS. Anzi, si sarebbero trovati in una posizione di leadership, data l’autorevolezza universalmente riconosciuta ai loro Centers for Disease Control and prevention, cioè i CDC di Atlanta, un luogo che in tutto il mondo richiama la massima competenza ed esperienza nell’investigazione e nella gestione delle minacce infettive. Invece, sono proprio questi i settori che hanno subito i maggiori tagli dall’attuale amministrazione, che ha definanziato e licenziato migliaia di esperti soprattutto nel campo delle malattie infettive. Anche la comunicazione sulla crisi in atto, che un tempo sarebbe stata tempestiva, è arrivata con sorprendente ritardo. Alla fine, lo staff dell’agenzia è stato coinvolto, ma solo per assistere e trasportare i passeggeri statunitensi e accoglierli, poi, in una struttura predisposta in Nebraska, prima di rimandarli a casa loro, in quarantena fiduciaria.
Nonostante l’apparente buona riuscita dell’azione di contenimento in atto, c’è da temere che, senza i finanziamenti e l’apporto di risorse umane e tecniche degli Stati Uniti, l’OMS rischi di indebolirsi ulteriormente, con ritardi delle risposte, minore interoperabilità tra i sistemi di allerta, minore capacità di sostenere missioni sul campo, maggiore difficoltà e autorevolezza nel parlare con una voce unica su raccomandazioni e misure proporzionate. Il “costo” non è solo per l’OMS: è per chi, in caso di crisi, si affida a una regia credibile per coordinare scelte politicamente sensibili. Anche l’Argentina, altro Paese protagonista della crisi in corso, ha reso effettivo il recesso dall’OMS il 17 marzo 2026, a un anno dalla notifica formale alle Nazioni Unite. Anche qui, la parola chiave è “sovranità”: Buenos Aires sostiene di voler guadagnare flessibilità nelle politiche sanitarie e nell’uso delle risorse. Ma il focolaio su Hondius nasce con ogni probabilità proprio in Argentina, da dove è partita la nave e dove il ceppo Andes di hantavirus è endemico.
In questi contesti, la capacità di tracciare esposizioni, condividere sequenze, incrociare segnali clinici e gestire la comunicazione del rischio dipende da reti che funzionano proprio perché multilaterali. Il governo argentino ha precisato che continuerà la cooperazione sanitaria attraverso canali regionali e accordi bilaterali, e che resterà nell’Organizzazione panamericana della sanità (PAHO). Questo attenua alcuni impatti operativi immediati. Tuttavia, l’uscita dall’OMS riduce il peso del Paese nei negoziati globali su regole, standard e accesso a contromisure mediche, proprio mentre la comunità internazionale prova a colmare le lacune emerse con il Covid. Insomma, la Hondius insegna che non serve un patogeno altamente contagioso per mettere sotto stress confini, porti, aeroporti, catene decisionali e opinione pubblica. Basta un focolaio raro, in un luogo remoto, con passeggeri di molte nazionalità e informazioni incomplete. In quel frangente, il “multilateralismo sanitario” non è un concetto astratto: è la differenza tra una gestione ordinata e una sequenza di veti incrociati che rende “sovrano” solo l’agente infettivo che in quel momento ci minaccia.
A cura di Farmacie Comunali
